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  • Quando i cavalli sgobbavano in miniera...
  • Intorno al fuoco
  • 23/11/2007

Quando i cavalli sgobbavano in miniera...

SEI ANNI È L’ETÀ GIUSTA. Naturalmente, occorre sana e robusta costituzione. La razza poco importa. Però poney Shetland e Pottocks costituiscono titolo preferenziale. Il trattamento nel complesso non è male: foraggio abbondante e avena di qualità. Quanto all’alloggio, un angolo striminzito, poco o niente illuminato, scavato in fondo alla galleria, dove dà meno fastidio al passaggio. Ci vuole pazienza. Bisogna sapersi accontentare. Di più, date condizioni e circostanze, proprio non si può chiedere. Anche delle norme di sicurezza, nel complesso non ci si può lamentare: bardature a protezione di groppa e fianchi e copertura della zona frontale. Certo, occorre un po’ di tempo per abituarsi ai paraocchi. Ma non è un dramma. Del resto c’è poco da guardarsi attorno: tutto quello che c’è da vedere è solo buio trafitto da rachitici fasci di luce che ondeggiano a passo d’uomo. Un ritocchino all’orario di lavoro, però, sarebbe gradito. Dieci dodici, anche quindici ore al giorno, qualche volta sono davvero pesanti anche per un cavallo.
Ma non è ancora tempo né di rivendicazione né di contrattazione. Non per questo ci si rassegna, però, a subire senza far niente la pesantezza dei ritmi di lavoro. In attesa dell’organizzazione di una rappresentanza collettiva, ognuno si arrangia come può. Per esempio, ci sono alcuni, quelli con più esperienza, che hanno imparato, va a capire come, a contare i viaggi che fanno fra il punto di carico e il terminale di scarico. Dopo tot viaggi si fermano e non c’è verso di farli riprendere: peggio dei muli. A proposito, questi, i muli, sono davvero un problema. Pur di farci concorrenza qua sotto, si prostituiscono per una manciata di paglia. E sono pure capaci di farsela piacere come se fosse il miglior fieno del mondo. Razza bastarda! C’è da dire, questo è vero, che li mandano a lavorare in budelli più stretti e più bui dei nostri. Ma ben gli sta! Così imparano a rubarci il lavoro.
Insomma, in un modo o nell’altro si vive. C’è una sola controindicazione: una volta che ci hanno imbragati e calati qua sotto, non usciamo più.

E’ DAL XVIII SECOLO che siamo in miniera. E dopo tutto quello che abbiamo fatto e visto in ogni epoca e in parte del mondo, ci tocca fare anche questa di rivoluzione. Un giorno la chiameranno rivoluzione industriale, la prima. E diranno pure che avrà segnato una svolta epocale nella storia dell’uomo. E che dopo il mondo non sarebbe stato più lo stesso. Però nessuno, c’è da giurarci, dirà mai che se non ci fossero stati i cavalli a portarsi in groppa su e giù per le miniere tanto carbone quanto ne divoravano le fameliche bocche di fuoco delle fabbriche, quella svolta sarebbe stata poco epocale, ancor meno industriale e per niente rivoluzionaria. Ma pensate che paradosso. L’uomo ci ha tolto dai campi e ci ha portato giù in miniera, perché a spaccarsi braccia e schiena con la terra se ne cavava solo fame. Anziché grattarla, la terra, l’avremmo perforata fin nelle viscere più profonde. Con la miniera avremmo smesso di essere contadini e saremmo diventati operai e avremmo lavorato e mangiato tutti i giorni. Non saremmo più morti lentamente di fame. In compenso, ma questo l’abbiamo scoperto solo dopo, saremmo morti, un po’ più rapidamente, di silicosi. E spesso, di colpo, sotto un crollo. Con notevole risparmio di spese. In fondo, sottoterra ci stavamo già.
Praticamente, stalla e bottega! Uno potrà dire: va bene!, però l’uomo, in fondo, se l’è scelto questo lavoro. Ovviamente la stessa cosa non si può dire per il cavallo. Ma c’è qualcosa di peggio: la stessa cosa non si può dire neanche per i bambini che stavano giù in miniera assieme ai padri. Perché, ma anche di questo ce ne siamo accorti dopo, per poter mangiare tutti i giorni c’era bisogno anche del lavoro dei figli. E siccome lavorare in miniera è come programmare statisticamente una strage degli innocenti ogni tanto, s’è dovuto aspettare il 1833 per avere, in Inghilterra, una legge (la Factory Act) che vietasse il lavoro per i bambini e le bambine sotto i dieci anni. Ma in quell’anno accadde anche un altra cosa, sempre in Inghilterra, a Liverpool: venne fondata la Society For Prevention Of Cruelty To Children che, per quello che poteva e quanto poteva, cioè con una soglia di incidenza pressoché zero, cercava di opporsi a genitori e datori di lavoro, per i quali era la cosa più naturale di questo mondo convivere con la fatalità per cui i bambini, in fabbrica come in miniera, potessero morire per una qualsiasi ragione. Figuriamoci, dunque, se ci si poteva preoccupare per i cavalli in genere e per quelli, in particolare, che facevano le bestie da soma in miniera. Del resto, carne da macello vorrà pur dir qualcosa. O no?

MA ANCHE PER I CAVALLI il tempo, sempre che si abbia la pazienza di aspettare, non passa invano. Dal 1936 viene loro riconosciuta una settimana di ferie l’anno. Proprio così. Una volta l’anno, per una settimana, potevano tornare a sentire come era fatta l’aria e vedere come era fatta la luce. Da allora anche i quadrupedi in miniera cominciano pian piano a diventare degli esuberi. L’introduzione di lunghe carovane di carrelli elettrici agevolano la produzione di quantità di carbone sempre maggiori e, a differenza dei cavalli, non mangiano, non bevono e non hanno bisogno del veterinario. Per una qualche assonanza, viene in mente, la Margherita Yourcenar de “L’opera in nero”, quando ad un certo punto racconta di come al mercante “venne il ghiribizzo di provare quegli operai di legno e metallo che non bevevano, non sbraitavano ma compivano in dieci il lavoro di quaranta e non approfittavano della carestia per chiedere un aumento di salario”.
Con il progresso tecnico che muove i primi passi nel ‘500, per gli operai comincia un nuovo interminabile, calvario del lavoro. Per i cavalli, quattrocento anni dopo, con il XX secolo, l’inizio di un pezzetto di liberazione da un lavoro al quale,  però, non si è ancora seguito sul piano dell’etica e della civiltà del rispetto. Cioè della reinvezione di un ‘lavoro’capace di restituire questo animale alla sua vocazione di cerniera fra cultura e natura. 

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